Pianoforte con i Tasti duri: suono buoni per studiare? - Christian Salerno
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Pianoforte con i Tasti duri: suono buoni per studiare?

Pianoforte Con I Tasti Duri: Suono Buoni Per Studiare?

Spesso e volentieri capita di sentire allievi o pianisti lamentarsi del proprio pianoforte dicendo che quest’ultimo è provvisto una tastiera troppo leggera. Inoltre, spesso a tale lamentela si aggiunge il desiderio, scorretto, di voler applicare ulteriori pesetti alla meccanica in modo tale da renderla complessivamente più pesante al tocco.

Una situazione simile accade anche presso i negozi di musica nei quali moltissimi clienti puntano all’acquisto di uno strumento dotato di una tastiera dura, appositamente per sviluppare la manualità e la forza da applicare successivamente al pianoforte.

Infine, ci sono moltissimi insegnanti di musica che per qualche convinzione, degna del lontano 1800, consigliano ai propri studenti dei pianoforti dotati di tasti duri e pesanti.

Tuttavia, trascorsi ormai oltre due secoli dalla stesura e pubblicazione dei primi manuali rivolti allo studio di questo strumento, curati da Dussek nel 1796 e pochi anni dopo dal più celebre Clementi le cose sodo decisamente cambiate, così come i pianoforti stessi.

Infatti, nei manuali redatti dagli autori appena citati si fa riferimento alla sola percussione e dunque ad aspetti tecnici legati alle mani del pianista e al movimento delle dita a contatto con la tastiera.

Più precisamente, nei suddetti testi vengono trattati i movimenti articolari del dito considerando la nocca come fulcro, il mantenimento della curvatura delle dita durante ogni singola articolazione, l’indipendenza tra tutte e dieci le dita, l’uguaglianza del tocco, la fermezza della mano e dell’avambraccio posizionati rispettivamente a 180 gradi.

Oltretutto, in questi manuali il braccio si rende utile solamente per lo spostamento laterale delle mani, una teoria ormai totalmente accantonata.

Quindi, puoi vedere tu stesso come l’argomentazione ottocentesca fosse decisamente diversa all’attuale tecnica pianistica.

Inoltre, ricordati che già dal 1820 circa, i pianoforti subirono alcune modifiche, tra cui messe a punto diverse, meccaniche di nuova concezione e caratterizzate da una maggiore robustezza, corde di spessore superiore e martelletti rivestiti in feltro, molto diversi dai predecessori, impiegati sul fortepiano e rivestiti in pelle di daino.

Dunque, avrai compreso sicuramente come i consigli riportati dalla vecchia tecnica pianistica risultino a dir poco obsoleti per i nostri tempi.

A tal proposito, il primo pianista che si accorse di questa necessità di cambiamento relativo all’approccio della tecnica pianistica fu nientemeno che Fryderyk Chopin, che scrisse appunti di un nuovo metodo di studio, purtroppo mai completato.

Tuttavia, se il compositore polacco avesse pubblicato tali scritti sarebbe stato decisamente e ampiamente criticato. Egli scrisse, infatti, tanto per riportare un esempio tangibile, che nessuno sarebbe mai stato in grado di notare le differenze sonore tra un dito e l’altro durante l’esecuzione di una scala eseguita molto velocemente e che lo scopo della tecnica pianistica non sarebbe dovuto essere quello di essere in grado di suonare tutto in modo uguale.

Oltretutto, Chopin affermava che per moltissimo tempo le principali idee di tecnica pianistica fossero andate conto la natura stessa in quanto l’intento dei pianisti dell’epoca fosse quello di esercitare ogni dito a dare la medesima forza.

Ancora oggi non è possibile contraddire le parole dell’artista, specialmente considerando che ogni singolo dito ha una conformazione differente e per questo motivo non bisognerebbe rovinare il tocco unico di ciascuno.

In più, non dimentichiamoci della teoria, ancora oggi diffusissima ed esageratamente utilizzata, di voler rendere obbligatoriamente indipendenti le 10 dita. Infatti, com’è possibile perpetrare un allenamento volto a rendere ad esempio l’anulare indipendente dal medio quando queste due dita sono legate dal medesimo legamento?

Chiaramente si tratta di uno studio e di uno sforzo, alle volte notevole, del tutto inutile poiché l’anatomia stessa non lo permette.

Successivamente, con il continuo sviluppo del pianoforte, non furono pochi coloro che si dedicarono alla ricerca di un qualche rimedio volto a rendere le esecuzioni pianistiche eseguibili sfruttando le medesime tecniche utilizzate sui pianoforti precedenti agli anni ‘20 dell’800.

Tuttavia, questi ultimi erano provvisti di tastiere decisamente più leggere, tant’è che potevano essere suonati anche facendo semplicemente ricorso alla mera forza della mano, ma in seguito ciò non fu più possibile ma, al contrario, divenne necessario tutto il corpo del pianista per arrivare alla giusta sonorità e alla tecnica meno controproducente.

A questo riguardo, i primi a rendersene conto furono proprio il precedentemente citato Chopin e un altro celebre compositore, questa volta ungherese: Franz Liszt.

Tra coloro che si occuparono di proporre strumenti ideati per l’allenamento delle mani, con riferimento alle tecniche del passato figurano Kalkbrenner, l’inventore del guidamani, ovvero un dispositivo per allenare i muscoli estensori.

Tuttavia non serve a nulla concentrarsi sul rafforzamento muscolare, ma al contrario, meglio porre l’attenzione sullo stretching.

Un ulteriore personaggio che cercò di contribuire a tali teorie superate fu Henri Herz, il quale si occupò d’inventare un ulteriore strumento con l’intenti di andare ad allenare i muscoli di mani e dita.

Quest’ultimo venne chiamato dactylon ed era costituito da appositi anelli collegati a una molla dedicata nei quali inserire le dita che per riuscire a suonare il pianoforte dovevano prima superare la resistenza della molla stessa. Inutile dire che metodi come quelli appena citati sono al limite della tortura e potenzialmente dannosi per i tendini di ogni comune pianista.

Purtroppo ancora al giorno d’oggi ci sono aspiranti musicisti che studiano ore e ore nel tentativo di rafforzare le dite dal punto di vista muscolare.

Il tutto senza considerare che i muscoli di cui disponiamo sono già sufficienti e in grado di svolgere il compito al quale sono destinati e che il punto del discorso non è la forza di questi ultimi, ma bensì lo stretching e la coordinazione tra tutti gli elementi che compongono le nostre mani.

Per concludere questo articolo dunque, ci tengo a ribadire che il pianoforte non è uno strumento ginnico, e affrontare lo studio della tecnica necessaria a suonarlo nel migliore dei modi non equivale assolutamente a una sessione di allenamento in palestra, altrimenti tutti noi pianisti dovremmo, non soltanto studiare i nostri repertori, ma anche affiancare a questo faticoso studio un corso di body building.

A questo punto avrai sicuramente capito che un pianoforte dotato di una tastiera pesante non è assolutamente utile per diventare un buon pianista o per raggiungere la perfezione tecnica.

Infatti, questi strumenti, nonostante la percezione del peso sia soggettiva, complicano solamente la vita allo studente che trova i loro tasti eccessivamente duri per essere suonati agevolmente e con una facilità tale da rendere la musica una pratica piacevole e divertente anche nelle sessioni di studio più impegnative.

Christian

Sono un pianista a tempo pieno, laureato a pieni voti al Conservatorio "G.Puccini" di Gallarate. Adoro condividere le mie esperienze musicali sul web con articoli e video. Insegno pianoforte a coloro che intendono cominciare questa fantastica avventura.

Questo articolo ha 4 commenti
  1. Volevo congratularmi con te per due cose:
    1)L'articolo è interessantissimo,sopratutto la frase conclusiva
    2)L'improvvisazione "In riva al mare" è bella anche delle tracce del cd!!!
    p.s:la tonalità era Lab?

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